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Fisco, metà degli italiani non paga. Il 19% degli italiani paga quasi il 65% dell’Irpef

  Quasi la metà degli italiani non ha redditi "e quindi vive di fatto "a carico" di altri cittadini, e in particolare di quel 18,78% di contribuenti che dichiara redditi dai 35mila euro in su , corrispondendo da solo circa il 65% di tutta l'IRPEF ". È quanto emerge dall'ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali, presentato al CNEL nel corso delle celebrazioni per l'80° anniversario CIDA. L'Irpef rappresenta un conto da 200 miliardi "che a pagare sono però i 'soliti noti'" rileva la ricerca. Nonostante aumentino sia i dichiaranti , vale a dire 42.837.963 persone che hanno presentano una dichiarazione dei redditi , sia i versanti , vale a dire 34.105.072 soggetti che hanno effettivamente corrisposto almeno 1 euro di IRPEF , "il carico fiscale del Paese continua a gravare sulle spalle di quei circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro lordi l'anno - all'incirca 2mila euro netti al mese - e versano il 65% ...

Bambini sui social: cosa rischiano i genitori?



Fonte: La Repubblica.

I social network, da Facebook a Instagram, sono parte integrante e, spesso, ingombrante della nostra quotidianità, a volte si intrufolano nelle vite dei privati, scavalcando la riservatezza e superando la legalità. Ma anche la normalità dei gesti quotidiani. Avete mai notato quante persone, prima di assaggiare un piatto prelibato, si preoccupano di non guastarne il decoro, per poterlo immortalare in una fotografia, che possa raggiungere il maggior numero di likes? E quante persone, camminando per la strada, si soffermano a filmare un viso affannato o preoccupato, invece di concentrarsi a raggiungere la meta? Per non parlare di quanto le piattaforme web di condivisione si siano insinuate nelle case dei privati, fino al punto di diventare – spesso – invadenti e lesive dei diritti della persona.

Si comincia addirittura dal  “momento gravidanza”, per celebrare il quale vengono  postate,  giorno per giorno, pancine -  che diventano pancette e poi pancione -, vestite, nude, in movimento, sul divano di casa, per strada. I nove mesi più importanti nella vita di una donna - da sempre vissuti come intimi e riservati nelle dinamiche della casa familiare - hanno oggi conquistato il ruolo di indiscussi protagonisti delle pagine web, con l’inarrestabile condivisione di scatti, desiderosi di essere virtualmente apprezzati. Fino al punto di far trovare abitualmente in rete fotografie del feto alla sua prima ecografia, video registrati durante le doglie o profili dedicati a bambini “acchiappa likes”, ancora prima che vengano al mondo.

Ma può considerarsi sempre legittimo questo “condividere” e “postare” l’immagine del figlio, sin dal momento della sua venuta al mondo? La questione non è stata sottovalutata dai giudici, che l’hanno recentemente affrontata in prospettiva garantista del minore. Infatti, si è scelto di punire il genitore che non si preoccupa, nel postare le fotografie sui portali più seguiti, della lesione del diritto alla riservatezza e all’immagine personale del figlio. Così, il Tribunale di Roma,  nel dicembre 2017, ha stabilito che l’autorità giudicante, oltre a poter ordinare la rimozione dai social network (su richiesta di uno dei genitori) delle immagini del minore, può anche prevedere una sanzione per il genitore che le ha postate.

Il principio giuridico alla base di questi divieti e degli ordini di rimozione è semplice: la legge sul diritto d’autore (1941) prevede che il ritratto di una persona non possa essere esposto senza il suo consenso, salve eccezioni. In conformità, il decreto legislativo in materia di trattamento di dati personali (2003), dispone che la fotografia, come qualsiasi altro elemento identificativo, rappresenta un dato personale che non può essere diffuso senza l’autorizzazione del soggetto interessato. Se poi la fotografia riguardi un minore, entra in gioco anche la Convenzione sui diritti del fanciullo, che prevede la tutela rafforzata quando il soggetto protagonista degli “scatti” è un minore.

Quindi, la spontaneità di postare persino il taglio del cordone ombelicale, la spensieratezza di mettere in discussione l’intimità della gestazione e la presunzione di violare la privacy di un neonato, sono fattori che dovrebbero spingere qualsiasi utilizzatore a riflettere criticamente sulla dimensione che stanno assumendo i social network. 


In ogni caso, bisogna ridiscuterne l’utilizzo e l’opportunità dell’uso stesso. Dobbiamo, infatti, avere la consapevolezza che i giudici considerano i social network come «luoghi aperti al pubblico, potenzialmente pregiudizievoli per i minori che potrebbero essere taggati o avvicinati da malintenzionati». Pronti, perciò, i giudici, a punire con sanzioni “salate” le inopportune divulgazioni organizzate da genitori imprudenti.

Il grande ed egocentrico desiderio di un genitore di sentirsi parte integrante della comunità virtuale a suon di likes scambiati sulla faccina del pupetto appena nato, deve essere valutato e sicuramente ridimensionato dal dovere primario che il genitore ha di proteggere il minore. La rete, infatti, al pari della società è fonte di malignità: una madre lascerebbe mai il suo bambino, solo, in un luogo pubblico, senza sorveglianza alcuna? O indicherebbe a chiunque la localizzazione di quel bambino? Queste domande possono apparire retoriche nella vita reale ma certamente non lo sono in quella virtuale: con un semplice click, i figli,  vengono dai loro genitori continuamente catapultati nel web, e lì abbandonati  in navigazione solitaria. Quasi in una sorta di  inconsapevole “dono” offerto al dio  “follower”  per averne l’attenzione, il commento (qualunque esso sia), e il tanto anelato “like”. In attesa della sanzione giudiziaria, al primo litigio dei genitori.
Che cosa dirà da grande il piccolo Leone Lucia Ferragni dell’esagerato protagonismo che i suoi genitori hanno fatto di lui, dal primo soffio di vita?
 

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