Caldo e materie prime con prezzi alle stelle: l’inflazione alimentare prepara il conto all’Italia
L’effetto sui prezzi al consumo potrebbe arrivare con ritardo, ma la pressione sulle filiere agricole è già visibile. Il Food Price Index della FAO è salito a 133,3 punti in agosto, ai massimi da oltre tre anni. Cereali, oli, zucchero e latticini rincarano mentre il CNR certifica per l’Italia l’estate più calda dal 1950.
L'allarme arriva dai mercati internazionali delle materie prime agricole e trova in Italia un terreno particolarmente sensibile: quello di un'agricoltura che ha appena attraversato un'estate rovente e di un'inflazione che, dopo mesi di relativa moderazione, è già risalita al 3,3%.
L'indice della FAO, che misura l'andamento mensile dei prezzi internazionali di un paniere di commodities alimentari, in agosto ha raggiunto 133,3 punti, con un aumento dell'1,9% rispetto a luglio e del 2,5% rispetto a un anno prima. È il livello più alto dal novembre 2022, pur restando ancora del 16,8% sotto il picco raggiunto nel marzo 2022.
Schizza il prezzo dei cereali e degli oli vegetali
Non si tratta di un movimento concentrato su una sola materia prima. In agosto sono aumentati tutti i principali sottoindici della FAO. Quello dei cereali è salito del 2,2%, raggiungendo il livello più alto dal maggio 2024; il grano è aumentato del 2,6% in un solo mese ed è ora del 15% sopra i livelli di un anno fa. Il mais è salito del 2,5%, mentre sorgo e orzo hanno registrato incrementi rispettivamente del 3,9% e del 2,6%.
Ancora più significativo è il movimento degli oli vegetali: l'indice FAO è salito dello 0,6%, per il terzo mese consecutivo, raggiungendo il livello più alto dal giugno 2022. Lo zucchero ha registrato invece un balzo dell'11,9% in un mese. Anche latticini e carne sono aumentati, rispettivamente del 2,3% e dell'1%.
Il clima entra direttamente nel prezzo del raccolto
Dietro questi numeri c'è una combinazione di fattori che rende il quadro particolarmente delicato: condizioni meteorologiche avverse, prospettive produttive peggiori in alcune aree agricole, problemi logistici e tensioni geopolitiche.
La FAO segnala esplicitamente che il caldo e la siccità hanno peggiorato le prospettive produttive di alcune aree europee. Per il mais, in particolare, l'organizzazione osserva un deterioramento delle aspettative di produzione nell'Unione europea a causa del prolungato caldo e della scarsità d'acqua. Sul grano pesano invece anche le minori prospettive produttive in alcune zone europee colpite da condizioni calde e secche.
È qui che il dato italiano assume un significato economico che va oltre la cronaca climatica. Il CNR ha certificato ieri che l'estate 2026 è stata la più calda dell'intera serie storica nazionale dal 1950. La temperatura media estiva è stata di 24,3 °C a due metri dal suolo. Agosto, in particolare, ha raggiunto una media di 25,6 °C: 3,5 gradi sopra la media 1991-2020 e 5,2 gradi sopra la climatologia 1951-1980. È stato inoltre il mese di agosto più caldo della serie, superiore ai precedenti record del 2024 e del 2017.
Il CNR sottolinea anche un elemento decisivo per l'economia: le aree caratterizzate dalle anomalie termiche più elevate comprendono una quota significativa di superfici coltivate e, in alcune zone, si sono associate a periodi di siccità. “Il settore primario”, osserva il CNR, è quindi quello più colpito.
Il problema non è soltanto quanto costa oggi una materia prima, ma quanto prodotto sarà disponibile nei prossimi mesi.
Quando il caldo riduce le rese, accelera la maturazione, aumenta il fabbisogno irriguo o compromette una parte del raccolto, la conseguenza può essere una minore offerta proprio mentre il mercato internazionale sta già prezzando una maggiore scarsità. Il risultato è una pressione sui prezzi all'origine che può successivamente trasferirsi lungo la filiera.
Gli effetti sugli scaffali arriveranno a breve
Il prezzo internazionale della materia prima non diventa immediatamente il prezzo al supermercato. Tra il campo e lo scaffale ci sono trasformazione, trasporto, energia, confezionamento, distribuzione, contratti e margini commerciali. Inoltre, le imprese possono assorbire temporaneamente parte dell'aumento dei costi oppure trasferirlo solo quando devono rinnovare le forniture. Esiste quindi un ritardo tra lo shock della materia prima e quello registrato dall'indice dei prezzi al consumo.
Ma il meccanismo è ben documentato. La BCE ha evidenziato come gli shock dei raccolti abbiano un ruolo rilevante nella volatilità dell'inflazione dell'area euro. Un lavoro della Banca centrale europea rileva, per esempio, che uno shock temporaneo alla produzione agricola in Francia ha provocato un aumento dei prezzi alimentari di circa il 13% e un incremento dell'inflazione alimentare superiore a due punti percentuali, con effetti protratti oltre lo shock iniziale.
Il rischio italiano è soprattutto su frutta, verdura e cereali
Gli effetti del caldo non sono uniformi. Le produzioni agricole più deperibili e con cicli produttivi brevi possono trasferire più rapidamente gli shock dal campo al consumatore. Per frutta e ortaggi, inoltre, non è possibile compensare una cattiva stagione con mesi di stoccaggio come avviene per alcune commodity.
Il problema può diventare quindi particolarmente visibile nei prezzi al consumo proprio nei prossimi mesi, quando termineranno le disponibilità di alcuni raccolti estivi e le filiere dovranno ricorrere maggiormente a prodotto proveniente da altre aree o dall'estero.
Per i cereali il meccanismo è diverso, ma potenzialmente ancora più ampio: grano e mais entrano direttamente o indirettamente in una grande quantità di prodotti alimentari e nell'alimentazione animale. Un aumento persistente dei loro prezzi può quindi propagarsi dalla materia prima alla mangimistica, alla carne e ai latticini, oltre che alle farine e ai prodotti da forno.
La Commissione europea aveva già segnalato, nel suo Outlook agricolo di luglio, che le condizioni complessivamente favorevoli per alcune colture dell'Unione potevano convivere con rischi significativi per le colture primaverili ed estive, soprattutto nelle regioni esposte a caldo e carenza d'acqua.
Energia e trasporti contribuiscono alla crescita dei prezzi
C'è poi un secondo canale, particolarmente importante per l'Italia: anche quando il prezzo del prodotto agricolo non esplode, aumenta il costo necessario per produrlo e portarlo sul mercato. Energia, carburanti, fertilizzanti, irrigazione, refrigerazione e trasporto sono componenti essenziali della filiera agroalimentare. E il 2026 sta già mostrando una forte pressione energetica. L'ISTAT segnala che ad agosto i prezzi degli energetici non regolamentati sono aumentati del 16,9% su base annua e quelli regolamentati del 18,8%. Gli energetici sono stati il principale motore dell'accelerazione dell'inflazione italiana.
Anche la BCE, nelle sue proiezioni di giugno, considera proprio l'aumento dei costi energetici e dei fertilizzanti uno dei fattori destinati a spingere verso l'alto i prezzi delle commodity agricole nell'area euro. La banca centrale prevede che l'inflazione alimentare dell'Eurozona aumenti nel breve periodo e possa arrivare al 3,7% nel secondo trimestre del 2027, prima di ridiscendere verso il 2%.
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